Me lo hai chiesto e io ho detto sì. Me lo hai chiesto pesando bene le parole, mentre mi infilavo i calzini.
— È l’ultimo paio, — dico, con un tono di voce la cui neutralità rasenta la perfezione. Da un po’ di tempo trascuri i lavori domestici, i panni sporchi in bagno generano collinette a cui ho preso a dare nomi.
— Stasera non torno, — dici tu, mentre svuoti il contenuto della tua borsa sul letto sfatto. Un lucidalabbra senza cappuccio s’infila tra le pieghe del lenzuolo imbrattandolo di lilla.
E per un attimo chiudo gli occhi.
Mi chiedo se sia il caso di fare una scenata. Mi proietto nella scenata, mi vedo pronunciare frasi sconnesse, alzando progressivamente di tono. Mi vedo agitare il calzino e puntarlo verso di te nelle mie recriminazioni. Vedo te che continui a rovistare tra tua roba, alla ricerca del diavolo sa cosa, mi stai ignorando, non mi ascolti, non t’importa, trovi quello che cercavi, raccogli la tua roba, la infili nella borsa, fai il giro del letto, mi dai un bacio sulla guancia, cosa che fai con lo stesso trasporto emotivo che avresti nel premere il pulsante dell’ascensore.
— Ci vediamo, — dici, uscendo. Apro gli occhi e non ci sei più.
Al tuo posto, il gatto, con le sue risposte insulse, i suoi «non penso», i suoi «anche falso». Eri meglio tu, mi dico, che non rispondevi. Ah, e poi lo strangolo col calzino.
12 December 2006
10 December 2006
Oggi in televisione hanno avvertito che alcune proiezioni ectoplasmiche di enormi tartarughe aliene ostili si stavano dirigendo silenziose verso il nostro pianeta, con il loro carico di ordigni nucleari saldamente ancorati alla corazza per mezzo di funi e altri rudimentali mezzi di ancoraggio di ordigni nucleari su corazze, e io mi sono detto «fico!» e sono stato tutto il pomeriggio in terrazzo a fissare il cielo aspettando le tartarughe ma da su non veniva nulla se non qualche occasionale jet di passaggio annunciato dall’assordante rombo dei motori e allora mi rianimavo e dicevo «ci siamo!» ma era solo un jet e dopo un po’ lei mi ha portato una tazza di caffè istantaneo caldo e una coperta e ha detto che si stava facendo sera e che faceva freddino e non volevo tornare dentro? ma io non volevo tornare dentro e perdermi le tartarughe e lei ha detto «fa’ come ti pare» e io sono rimasto, mi sono avvolto nella coperta e mi sono rannicchiato sul divanetto in vimini che abbiamo in terrazzo e ho aspettato le tartarughe e poi mi sono svegliato che avevo un freddo bestia e la schiena a pezzi e le gambe che non riuscivo più a muovere e non so se le tartarughe sono venute mentre dormivo ma se sono venute mentre dormivo credo che mi arrabbierò molto e darò di matto e probabilmente strangolerò il gatto.
Ieri sul tram c’era Stevie Ray Vaughan
9 December 2006È lui, sono sicuro, coi capelli lunghi sciolti sulle spalle, il cappello da texano, la barba di qualche giorno. È lui, non c’è dubbio.
Se ne sta seduto tranquillo, si strofina piano le mani, di tanto in tanto si ferma per togliersi un po’ di quella roba scura da sotto le unghie, ma lo fa stancamente, quasi gli pesasse.
Mi faccio spazio e m’avvicino.
— Credevo che fossi morto, — gli dico dopo un po’.
Lui mi guarda, gli ci vuole un po’ per mettermi a fuoco.
— Eh, scusa? — dice.
— Credevo che fossi morto, — gli dico.
— Ah, be’ mi dispiace deluderti, ma…
Stevie Ray Vaughan parla con uno spiccato accento torinese.
— Non sono deluso, — gli dico.
— Ah… — dice. — Be’ allora tutto a posto, — e accenna un sorriso un po’ forzato.
— Com’è stato? — gli chiedo. — L’elicottero, l’incidente, com’è stato? — e forse è una domanda sciocca da parte mia, ma ormai l’ho fatta.
— Di che… uhm… elicottero stai parlando? — dice SRV.
Sembra vagamente a disagio ora.
— Dai, l’elicottero, l’incidente, sei morto, ora sei vivo e parli italiano, come te lo spieghi?
SRV sta pigiando nervosamente il pulsante per la fermata.
— Io… uhm… devo scendere qui, — dice. — Scusa eh, — aggiunge, mentre si alza.
Gli faccio spazio per farlo scendere.
Il tram si ferma.
SRV calza vecchi stivali da cowboy.
— Ehi! — gli dico mentre sta scendendo. — Suoni da qualche parte?
Lui si gira e con fare imbarazzato dice: — Eh… no, no.
— Peccato, — dico.
E le porte si richiudono e mentre il tram si allontana riesco a scorgere Stevie Ray Vaughan che s’accende una sigaretta, appoggiato alla palina.
Ricuzzo
8 July 2005Mi chiamo Federico Toscani e, per quanto ne dica il mio cognome, non vengo dalle nobili plaghe di Dante e Botticelli bensì da un adusto borgo del tarantino, cullato dal sole trecento e venticinque giorni l’anno, tanto che persino le lucertole delle regioni vicine vengono a svernarvi, quando tutt’intorno nevica e gelan le pietre.
D’aspetto sono scuro, la natura, la terra, Dio, mi han dotato di una scorza impenetrabile e nulla possono contro di me i letali tentacoli solari, che in sì gran numero soffocano altrove.
Verdi gli occhi, come due gemme, neri come il mistero i capelli, che porto cortissimi a esaltare la perfetta foggia del mio cranio.
Non poche massaie si sono nel tempo innamorate di me, in tal modo recando fortunati profitti a Beppe, padrone della bottega dove finora ho lavorato come unico garzone.
Del lavoro son soddisfatto, al mattino indosso con fierezza il mio grembiule verde — che per me è come una divisa — e corro ad aprir bottega. Quantunque ci sia ancora da albeggiare, solitamente un chiassoso crocchio di signore in grembiule s’è già radunato davanti al negozio, in mia attesa.
«Buongiorno Ricuzzo,» sono solite apostrofarmi in coro. Ricuzzo è il mio nomignolo da ragazzo che ancora mi si crosta addosso, nonostante i miei ventidue anni.
«Buongiorno signora Ceresa, buongiorno signora Malena, buongiorno signora Abbagnati,» rispondo io, un sorriso per ognuna, mentre sollevo la saracinesca. E quantunque paia che io non ci badi, m’avvedo benissimo delle loro piaggerie, sussurrate da un orecchio all’altro, spesso lodi per il mio corpo, le mie braccia, le mie spalle, il mio… be’, forse è meglio che di questo taccia.
Molte di esse tornano più volte, durante il giorno, per via di certe loro difficoltà nel ricordarsi di tutto ciò di cui han bisogno, e, se il caso le vuole sole nel negozio, s’attardano a cicalare finché qualcun altro entri.
Alcune vogliono che vada a conoscere le proprie figlie, sebbene io in paese conosca già tutti — siamo in mille se va bene, figuratevi.
«Vedessi come s’è fatta bella!» allora dicono, «cresciuta sotto un fiore,» aggiungono, per invogliarmi. Ma io non voglio andare, non m’interessa prendere moglie in paese: io voglio andare in città, voglio imbarcarmi su una nave, una nave da guerra, voglio sbarcare in porti lontani, imparare lingue sconosciute e vivere avventure come quelle dei libri. Questo voglio.
Ma a loro, alle massaie, non lo dico.
Altre, e queste di solito sono vedove o zitelle, mi supplicano di andare da loro a riparare il tetto, a imbiancare un muro, a cambiare una serratura. Ma, le volte che mi presento con gli attrezzi in mano, l’urgenza che prima in bottega sembrava così grave ora s’è schiarita fin quasi a scomparire.
«Oh, al tetto ci penserai un’altra volta, tanto non piove mai,» dicono in quei frangenti, «siediti! Accomodati! Che fai lì in piedi! Posa quegli attrezzi! Ti faccio il caffè! Prendi i tarallini!»
E solitamente in questi casi ti si appendono col cicaleccio su quanto sono sole o su quanto sia difficile tirare a campare con la pensione di guerra eccetera. Sicché senza indugi consiglio loro di parlare col ministro, come noi chiamiamo il nostro sindaco o con Don Leonello, il parroco, ché io non posso far più di tanto per aiutarle.
«Sì che puoi, oh sì che puoi,» dicono loro a mezza voce, la tazzina vuota in mano, lo sguardo ammaliato da una delle mattonelle sul pavimento, e io capisco che quello è il momento di svignarsela, ché di soldi qui non c’è neanche l’ombra: ringrazio in fretta per il caffè, raccolgo i miei attrezzi e prendo commiato.
«Ricuzzo!» dicono quelle, come destate all’improvviso, e tanto appare disperato quel grido che io accelero prontamente il passo e senza voltarmi saluto per l’ultima volta.
Fuori la luce m’inonda, le rondini garriscono nel cielo serale, i bambini strillano nei loro ultimi giochi, prima d’essere chiamati a casa per la cena, e io mi metto a correre, felice come se fossi libero da ogni peso.
La visione
2 November 2004Non tutto il male viene per nuocere. È quello che ti dicono in occasioni del genere. E di solito aggiungono: ciò che non ti distrugge ti rafforza. Devi trovare una visione.
Dicono visione con la v solenne, voltando lo sguardo insondabile verso la finestra buia che giustappunto si spalanca, sopraffatta dalle forze della natura, dal vento, dal buio, dalla tempesta.
Questa però non è la storia della finestra, né del vento, né delle foglie morte. Questa è la storia di Yuki, ex-campionessa di Puzzle Bubble.
Puzzle Bubble è quel videogioco in cui i draghetti di Bubble Bobble devono affiancare tre o più bolle dello stesso colore così da farle scoppiare; liberando l’area di gioco da tutte le bolle presenti si passa al quadro successivo.
Yuki, campionessa di Puzzle Bubble per due anni consecutivi, stava facendo il bagno nel suo monolocale, all’angolo tra la Friedrich-Ebert-Straße e Gastfeldstraße. I lunghi capelli neri raccolti sopra la nuca, Yuki si stava strofinando una gamba con una spugna imbevuta di essenze all’eucalipto, mentre l’altra gamba restava semisommersa sotto lo strato agonizzante di schiuma bianca, in attesa del proprio turno.
Un’incerta luce bluastra, frutto di un’insegna luminosa al di là della finestra, illuminava fiocamente l’ambiente. A Yuki piaceva quell’atmosfera raccolta, i rumori del traffico serale in lontananza, la sensazione di calore, di benessere, di astrazione che il bagno le procurava.
La porta socchiusa del bagno si aprì di qualche grado, cigolando lievemente.
— Danny, — disse Yuki, poco sorpresa da quell’intrusione, — Danny, piccolo, vieni a farti il bagno con me.
Danny avanzò di qualche passo, si voltò verso la finestra illuminata, la contemplò per qualche istante, poi con uno scatto inopinato saltò sul davanzale, si mise comodo e cominciò a leccarsi le zampe.
— Non sai che ti perdi, — disse Yuki, passando a occuparsi dell’altra gamba, e il suo pensiero tornò al giorno della sua sconfitta.
Il torneo di Puzzle Bubble era durato due settimane. Yuki aveva messo a segno una serie travolgente di vittorie: nessuno, tra i partecipanti, sembrava poter minacciare seriamente la sua corsa al titolo e la finale le era apparsa come una pura formalità.
L’imprevisto, che sempre si insinua nei grandi eventi della vita, si era impersonificato quel giorno in un ragazzo francese di nome Jean-Luc Mathieu, suo compagno di corso nonché sfidante al titolo di campione.
Jean-Luc Mathieu era giunto in finale senza particolari squilli di tromba eppure era stato in grado di infliggere a Yuki due sconfitte consecutive, sufficienti a valergli il titolo: era il nuovo campione di Puzzle Bubble.
— Conosci il tuo nemico, — le aveva detto al termine dell’incontro.
— Eh? — aveva risposto Yuki, ancora intontita per la disfatta.
— Devi far credere al tuo avversario di non essere alla sua altezza e poi usare tutta la tua forza distruttiva quando meno se lo aspetta.
Yuki lo aveva fissato incredula.
— Non te la prendere, — aveva ripreso Jean-Luc Mathieu, facendo per posarle una mano sulla spalla, — non tutto il male viene per n—
In quell’istante Yuki aveva fatto partire un formidabile destro che aveva colpito Jean-Luc Mathieu in pieno viso, scaraventandolo contro il tavolo da gioco. Jean-Luc Mathieu aveva cominciato a perdere una quantità impressionante di sangue dal naso mentre Yuki inveiva contro di lui con parole che non possono essere ripetute, poi era uscita e si era avviata verso casa, lasciandosi alle spalle lo stupore generale.
Una volta a casa aveva infilato la mano ancora dolente tra due confezioni di paella surgelata e telefonato al padre per raccontargli l’accaduto. Il padre non si era mostrato né addolorato né condiscendente.
— Devi trovare una visione, Yuki, — le aveva detto dopo aver ascoltato tutto in silenzio, poi, forse, si era addormentato al telefono perché non aveva detto più niente. (A Sapporo, in Giappone, erano le quattro del mattino.)
Quello era stato il giorno della sua sconfitta.
Yuki finì di passarsi la spugna tra le dita del piede a mezz’aria, quindi tornò a immergere la gamba nella vasca, poi, preso un bel respiro, si lasciò scivolare sott’acqua. Le ginocchia emersero presto tra i flutti schiumosi, come due pallidi isolotti tropicali.
Nell’oscurità, nel silenzio, avvolta dal calore obnubilante dell’acqua profumata: fu allora che Yuki trovò la sua visione. Vide il giardino della casa del padre, nei sobborghi residenziali di Sapporo; era notte, ma l’assenza di luce non pregiudicava la visione delle cose. Vide le felci rampicanti sul muretto divisorio; vide, nell’angolo più lontano, l’albero di ciliegio in fiore e tutt’intorno l’aiuola di fiori bianchi e luminosi, forse margherite; vide il manto erboso ben tenuto e l’uomo che accovacciato svolgeva un lavoro da giardino, dandole le spalle. Yuki si avvicinò credendolo il padre ma quegli si voltò e non era il padre, era Jean-Luc Mathieu che ora la guardava senza espressione. Aveva una paletta da giardiniere in mano e davanti a sé un mucchietto smosso di terra. — Ne faremo un altro, vero? — le disse infine.
Yuki si tirò su all’istante, ispirando come qualcuno a cui sia data l’ultima opportunità di riempirsi d’aria i polmoni. Danny, spaventato e offeso, saltò giù dal davanzale e s’incamminò fuori dal bagno a passi decisi.
Nell’aria satura di vapore, Yuki uscì sgocciolante dalla vasca, si avvolse il corpo tremante con un telo da bagno e i capelli con un altro asciugamano, andò in soggiorno e consultò concitatamente la rubrica telefonica. Danny le si avvicinò trotterellando e prese a mordicchiarle le dita dei piedi bagnati. Yuki trovò il numero che cercava, lo compose sulla tastiera del telefono, rimase in attesa per qualche istante, poi disse:
— Jean-Luc Mathieu? Yuki. Devo vederti.
