Archive for January, 2007

È andata così

16 January 2007

Allora è andata così: io, Laura, Denise e Donald Rumsfeld aspettavamo un taxi per tornare a casa, eravamo lì davanti al ristorante a battere i denti dal freddo, Laura camminava sul posto, come quando devi andare al bagno da troppo tempo, e si abbracciava forte e diceva: “Per la miseria che freddo!” io dicevo: “Fa un freddo cane, un freddo mai visto,” Denise diceva: “Un freddo puro, scevro da ogni traccia di calore,” Donald Rumsfeld diceva: “Femminucce”.
Laura diceva: “Una cosa inimmaginabile, roba da spaventare gli esperti di clima, roba da fargli tornare a casa la sera con la faccia bianca e le mogli che si preoccupano e gli chiedono cosa non va con la morte nell’animo perché pensano al peggio,” Denise diceva: “Un freddo così io non l’ho mai visto, e dire che ho vissuto in Alaska,” Donald Rumsfeld diceva: “Che tempi, ti ricordi pupa?” Laura diceva: “Negli igloo, sotto strati e strati di pellicce d’orso polare,” io dicevo: “Coi peli d’orso polare che ti impastano la bocca,” Denise diceva: “Anche voi?”.
Donald Rumsfeld diceva: “Questo cazzo di taxi,” Laura diceva: “Torniamo dentro,” io dicevo: “Non si può hanno chiuso,” Laura diceva: “Io muoio dal freddo,” Denise diceva: “Abbracciamoci, riscaldiamoci a vicenda,” Donald Rumsfeld diceva: “La cosa si fa interessante,” Denise diceva: “Vieni qui”.
Laura diceva: “Ecco il taxi!” io dicevo: “Un minuto in più e…” Donald Rumsfeld diceva: “Oh piantatela, tutti quanti, basta,” Laura diceva: “Scusate ho un dito congelato, non riesco a muovere il dito, non lo muovo più!” Denise diceva: “Da’ qui,” Donald Rumsfeld diceva: “Santa Madre di Dio”.

Poi eravamo tutti lì in salotto, io, Laura, Denise e Donald Rumsfeld. Donald Rumsfeld si era tolto le scarpe e aveva appoggiato i piedi sul tavolinetto e diceva: “Era tutta una fila, da Spinaceto a Castel Romano,” io dicevo: “Se ne accende una ogni volta che prendo la macchina, ormai,” Donald Rumsfeld sventolava i piedi sul tavolino, coi calzini ocra, e diceva: “Esci di casa e la fila comincia da sotto il portone,” io dicevo: “Ogni volta una spia diversa,” Laura diceva: “L’ultima qual era? Una sonda. La sonda qualcosa,” Denise diceva: “Mah, io a Castel Romano ci ho trovato qualche buona occasione, te lo devo dire,” io dicevo: “La sonda lambda,” Donald Rumsfeld diceva: “La sonda lambda?”. Denise diceva: “Certo è tutto un po’… artefatto, dà i brividi”.
Donald Rumsfeld diceva: “Trecento euro: l’ha fatta cambiare Sergio, ti ricordi Sergio? Trecento euro,” io mi deprimevo un po’ per i trecento euro e mangiavo le olive, le arpionavo con lo stuzzicadenti, ne mangiavo una dopo l’altra. Denise diceva: “Non so perché mi ricorda un po’ Pompei, così perfetta ma quell’idea di catastrofe imminente, la si aspetta col terrore che ti guizza su e giù per la spina dorsale, come un animale impazzito,” Donald Rumsfeld diceva: “È un guaio delle Volkswagen in generale,” Denise diceva: “Un roditore, una mangusta impazzita,” Laura diceva: “Se fosse per me abolirei tutte le macchine”. Io in quel momento ho amato Laura. Denise diceva: “Una mangusta che se ti avvicini e la guardi negli occhi riesci a vedere le molecole stesse del terrore, aggregati molecolari di terrore che sguazzano liberi sui bulbi oculari,” Donald Rumsfeld diceva: “La Volkswagen oggi è un po’ come la Fiat di vent’anni fa,” Denise diceva: “La composizione chimica del terrore”. Io mi chiedevo se le manguste fossero in effetti dei roditori, Laura mi guardava intenerita, mi leggeva nel pensiero. Donald Rumsfeld sbadigliava senza coprirsi la bocca e arricciava le dita dei piedi. Laura mi appoggiava una mano sul ginocchio e diceva piano: “Andiamo a casa?”.

“Quell’uomo mi mette i brividi,” dice Laura, “mi dà l’idea di uno che registra dalla tv tutte le sequenze di esplosioni atomiche prese da film, documentari o roba simile”. Laura sbuca fuori dal pigiama di pile. “Li registra e li conserva. Sequenze di funghi nucleari, esplosioni di luce accecante, boati apocalittici, onde d’urto devastanti”. La guardo mentre si infila il pezzo di sotto, un pezzo di sotto spaiato, di cotone leggero. “Li organizza, li registra su videocassette o dvd; no, è un tipo da videocassetta: decine e decine di videocassette, scommetto che gli scaffali con le videocassette gli occupano un’intera parete dello studio”. È così morbida, con quel pigiama di pile. “È il tipo di persona che se gli chiedi Nagasaki 1945 ti dice primo scaffale in alto, terza cassetta da sinistra”. Laura si spreme un po’ di crema sul dorso della mano. “È il tipo di persona che se gli chiedi dell’incidente Vela gli brillano gli occhi, ti cinge le spalle col braccio e ti invita a entrare nello studio,” Laura si strofina le mani con decisione, “si chiude la porta alle spalle e ti chiede di accomodarti sulla poltrona in pelle davanti al televisore e tira fuori dall’archivio una cassetta, una cassetta speciale, una casetta la cui visione riserva solo a un pubblico scelto”. Laura si infila sotto il piumone. “Vieni?”

È tutto cambiato

1 January 2007

— Hai una bellissima pistola, — dice Nino.
— Non è mia, è di mio padre. Se lo scopre m’ammazza, — dice Luca.
— Posso tenerla in mano? — chiede Nino e le sue dita già sfiorano la canna, l’impugnatura, il grilletto.
— No, — dice Luca. — La rimetto a posto.
— Dai, solo un momento.
Nino prende la pistola, la impugna con tutte e due le mani, tenendo le braccia distese davanti a sé, come nei film. Punta un bersaglio alle spalle di Luca, fa «bang bang» con la bocca, accompagna ciascun «bang» con un sussulto delle braccia. Nino cerca un altro bersaglio, Nino trova Luca.
— ’Fanculo dammela! — dice Luca e l’attimo dopo un quarto della testa di Luca è sparso sul muro, sul letto, sul pavimento.
— Cazzo! — dice Nino. Ha ancora la pistola in mano: la getta via, si alza. Luca è finito a terra, una pozza di sangue scuro gli si spande attorno.
— Cazzo! — dice Nino.
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