È lui, sono sicuro, coi capelli lunghi sciolti sulle spalle, il cappello da texano, la barba di qualche giorno. È lui, non c’è dubbio.
Se ne sta seduto tranquillo, si strofina piano le mani, di tanto in tanto si ferma per togliersi un po’ di quella roba scura da sotto le unghie, ma lo fa stancamente, quasi gli pesasse.
Mi faccio spazio e m’avvicino.
— Credevo che fossi morto, — gli dico dopo un po’.
Lui mi guarda, gli ci vuole un po’ per mettermi a fuoco.
— Eh, scusa? — dice.
— Credevo che fossi morto, — gli dico.
— Ah, be’ mi dispiace deluderti, ma…
Stevie Ray Vaughan parla con uno spiccato accento torinese.
— Non sono deluso, — gli dico.
— Ah… — dice. — Be’ allora tutto a posto, — e accenna un sorriso un po’ forzato.
— Com’è stato? — gli chiedo. — L’elicottero, l’incidente, com’è stato? — e forse è una domanda sciocca da parte mia, ma ormai l’ho fatta.
— Di che… uhm… elicottero stai parlando? — dice SRV.
Sembra vagamente a disagio ora.
— Dai, l’elicottero, l’incidente, sei morto, ora sei vivo e parli italiano, come te lo spieghi?
SRV sta pigiando nervosamente il pulsante per la fermata.
— Io… uhm… devo scendere qui, — dice. — Scusa eh, — aggiunge, mentre si alza.
Gli faccio spazio per farlo scendere.
Il tram si ferma.
SRV calza vecchi stivali da cowboy.
— Ehi! — gli dico mentre sta scendendo. — Suoni da qualche parte?
Lui si gira e con fare imbarazzato dice: — Eh… no, no.
— Peccato, — dico.
E le porte si richiudono e mentre il tram si allontana riesco a scorgere Stevie Ray Vaughan che s’accende una sigaretta, appoggiato alla palina.

13 December 2006 at 8:48 pm
Secondo me lo avevi scoperto e quindi stava tentando la fuga in tutti i modi