Archive for December, 2006

27 December 2006

Scendo giù dal mio ortofrutta di fiducia, localizzo rapidamente la cassiera e la raggiungo a grandi passi e mentre mi avvicino la sento canticchiare un motivetto in tonalità minore, incantevole davvero, e rallento la mia corsa per non turbare quel momento di magia, perché la musica non si fermi. È troppo tardi: lei mi ha visto e mi guarda e un’ombra in si minore ancora le vela gli occhi ma presto mi riconosce e mi sorride.
— Voglio un aggregatore, — le dico allora, — uno di quegli aggeggi, sai… — e qui le mie certezze, le mie pulsioni barcollano.
La cassiera del mio ortofrutta di fiducia sorride ancora: è un invito a non demordere.
— Tutti ne parlano, — aggiungo e cerco conferme dentro me stesso principalmente, mentre lo sguardo ormai chino contemplo la punta delle mie scarpe. Il Natale è venuto e se n’è andato e noi non ce ne siamo accorti.
— Posso ripassare, — dico allora e senza alzare lo sguardo mi volto. Torno sui miei passi.
Fuori, l’aria calda invernale ossimorica tumescente, almeno ci fosse la neve, penso, almeno ci fosse la neve, potremmo accendere il fuoco per scaldarci e a osservare le fiamme nel camino non ci si stanca mai.

La dottoressa del piano di sopra

20 December 2006

Vado dalla dottoressa del piano di sopra, la dottoressa D. Lo Cascio. Sulla sua cassetta delle lettere, giù nell’androne, c’è scritto «Dott.ssa D. Lo Cascio». A lungo mi sono chiesto per che cosa stesse quella «d» puntata. Ho cominciato una lista, sulla mia agendina, una lista di tutti i nomi femminili che iniziano per «d». Donatella, Dina, Doriana: ogni volta che mi veniva in mente o mi capitava di leggere o sentire un nome femminile con la «d» correvo ad aggiornare la lista sulla mia agendina. La sera, dopo cena, prendevo l’agendina e mi allungavo sul divano. Dora, Domitilla, Daniela. Quale sarà il suo? mi chiedevo. Ora sono quasi sicuro di aver completato la mia raccolta: sono giorni ormai che non mi capita di aggiungere un nome nuovo all’elenco. L’ultimo nome, quello in fondo alla lista, è Dharma. Sono stato molto in dubbio se aggiungere o meno questo nome alla mia lista. Dharma è il nome della protagonista di un telefilm americano che danno in televisione all’ora di cena. In principio mi sembrava un nome un po’ troppo stravagante e comunque poco adatto a una ragazza italiana, d’altra parte avevo incluso Demi, che è il nome della figlia di mia sorella, e Desiree, un nome che ho sentito al supermercato, per non parlare di Denise, Deborah e Doroty. Ho perfino fatto delle ricerche su questo nome, Dharma, e ho scoperto che rappresenta un concetto chiave per le religioni indiane, l’induismo, il buddismo, quelle lì. Chissà, mi dicevo, forse la dottoressa Lo Cascio appartiene a una famiglia buddista; e me la immaginavo, la dottoressa Lo Cascio, che danza a piedi nudi sul lungomare, con la tunica arancione, il tamburello, i lunghi capelli chiari, crespi, sembrano bianchi alla luce del sole, e lo sguardo sereno, quasi estatico, quegli occhi color del cielo che a incrociarli mi si scioglie il cuore. Ho aggiunto Dharma alla mia lista e da quel giorno è diventata la mia preferita. La sera, sul divano, scorro velocemente gli altri nomi, alle volte li salto del tutto per arrivare subito a lei, a Dharma. Le Darie, le Dolores, le Desdemone, che battono a macchina o fanno la spesa, i loro occhiali con la montatura scura, le rughe agli angoli della bocca, i grembiuli sporchi, tutto questo lascia subito il posto alla visione di Dharma che danza sul lungo mare, la sua pelle candida, il suo sorriso. Quel sorriso! In quei momenti chiudo gli occhi, mi porto l’agendina al petto e dentro di me sento una gran pace.
Non l’ho mai incontrata, la dottoressa Lo Cascio, lei non è mai in casa, forse vive all’estero per lavoro, chissà; ma questa sera ho sentito dei passi, al piano di sopra, e io sto andando da lei. Salgo le scale e vado da lei, suonerò alla sua porta e lei mi aprirà e sorriderà e danzerà per me.

ragnetto.net intervista Bub, di Bubble Bobble

17 December 2006

È con vero piacere che noi di ragnetto diamo oggi il via a una serie di brevi interviste a personaggi e cose che nessun si sognerebbe mai di intervistare, vuoi per le difficoltà intrinseche nello stabilire un’interazione qualsivoglia con il personaggio o la cosa di turno — ma noi ci abbiamo i poteri di super sayan! —; vuoi perché pubblicare un’intervista al compagno di stanza del papa quando ancora erano in seminario ti porta tre milioni di contatti al minuto — ma non di soli contatti vive l’uomo! —, mentre l’intervista alla cassiera del mio ortofrutta di fiducia al massimo me la rileggo io la sera prima di andare a letto, e rido piano per non svegliare gli altri; vuoi perché nessuna ne sentiva realmente il bisogno, a dirla tutta.
In ogni caso è un privilegio per noi di ragnetto avere qui con noi Bub di Bubble Bobble che ci rilascerà la prima intervista della serie.

Bub… be’ Bub non ha bisogno di presentazioni, chi di noi non ha ricordi d’infanzia legati alla fortunata saga di Bubble Bobble? quando si passava interi pomeriggi nei bar di quartiere a guardare i ragazzi più grandi macinare record su record e tu non giocavi perché eri timido e avevi paura di combinare qualche disastro già dal primo quadro, ma dentro la tasca dei calzoncini avevi quella moneta da 200 lire che conservavi per la tua prima partita, e mentre guardavi gli altri ragazzi giocare tu la prendevi in mano, prendevi la moneta in mano e te la giravi e rigiravi tra le dita, mentre li guardavi giocare, e a forza di tenerla tra le dita sudate era diventata tutta lucida che sembrava nuova, e gli altri ragazzi ogni tanto si accorgevano di te e della tua moneta e ti dicevano: be’ dai fatti un partita e tu dicevi: oh no no, devo andare a casa, è tardi, e uscivi presto dal bar per tornare a casa che avevi i polmoni pieni del fumo di tremila sigarette e saltavi in sella alla tua bici e correvi verso casa e pensavi che domani saresti andato presto al bar quando ancora non c’era nessuno e ti saresti allenato, e quando i ragazzi più grandi sarebbero arrivati magari tu eri già capace di arrivare all’ottavo o forse al decimo quadro o se ti eri allenato per bene magari riuscivi a non farti fregare nemmeno una volta per entrare nella porta segreta e collezionare tutti i diamanti e a quel punto tutti i ragazzi più grandi si sarebbero accorti di te e forse qualcuno ti avrebbe pure chiesto come ti chiami e poi chissà, forse ti avrebbe chiesto di unirti a loro, quando uscivano con le bmx, certo, tu non avevi la bmx ma contavi di fartela regalare per il compleanno…
Bub Ehm, scusate, possiamo cominciare? Avrei un impegno più tardi.
ragnetto Ah sì, perdonami Bub, mi sono lasciato prendere la mano, quanti ricordi… intanto Bub grazie per essere qui con noi oggi.
Bub Grazie a voi.
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14 December 2006

— ste cosa vuoi per Natale?
— Il blog di David Foster Wallace.
— Chi?

13 December 2006

— Quando ti vedremo in un racconto un po’ più lungo del solito? — ho chiesto alla cassiera del mio ortofrutta di fiducia, — qualcosa sulla ventina di righe, almeno.
— Ah non lo so, — dice lei, — per la verità sto mettendo i soldi da parte per farmi un wiki.

12 December 2006

Me lo hai chiesto e io ho detto sì. Me lo hai chiesto pesando bene le parole, mentre mi infilavo i calzini.
— È l’ultimo paio, — dico, con un tono di voce la cui neutralità rasenta la perfezione. Da un po’ di tempo trascuri i lavori domestici, i panni sporchi in bagno generano collinette a cui ho preso a dare nomi.
— Stasera non torno, — dici tu, mentre svuoti il contenuto della tua borsa sul letto sfatto. Un lucidalabbra senza cappuccio s’infila tra le pieghe del lenzuolo imbrattandolo di lilla.
E per un attimo chiudo gli occhi.
Mi chiedo se sia il caso di fare una scenata. Mi proietto nella scenata, mi vedo pronunciare frasi sconnesse, alzando progressivamente di tono. Mi vedo agitare il calzino e puntarlo verso di te nelle mie recriminazioni. Vedo te che continui a rovistare tra tua roba, alla ricerca del diavolo sa cosa, mi stai ignorando, non mi ascolti, non t’importa, trovi quello che cercavi, raccogli la tua roba, la infili nella borsa, fai il giro del letto, mi dai un bacio sulla guancia, cosa che fai con lo stesso trasporto emotivo che avresti nel premere il pulsante dell’ascensore.
— Ci vediamo, — dici, uscendo. Apro gli occhi e non ci sei più.
Al tuo posto, il gatto, con le sue risposte insulse, i suoi «non penso», i suoi «anche falso». Eri meglio tu, mi dico, che non rispondevi. Ah, e poi lo strangolo col calzino.

10 December 2006

Oggi in televisione hanno avvertito che alcune proiezioni ectoplasmiche di enormi tartarughe aliene ostili si stavano dirigendo silenziose verso il nostro pianeta, con il loro carico di ordigni nucleari saldamente ancorati alla corazza per mezzo di funi e altri rudimentali mezzi di ancoraggio di ordigni nucleari su corazze, e io mi sono detto «fico!» e sono stato tutto il pomeriggio in terrazzo a fissare il cielo aspettando le tartarughe ma da su non veniva nulla se non qualche occasionale jet di passaggio annunciato dall’assordante rombo dei motori e allora mi rianimavo e dicevo «ci siamo!» ma era solo un jet e dopo un po’ lei mi ha portato una tazza di caffè istantaneo caldo e una coperta e ha detto che si stava facendo sera e che faceva freddino e non volevo tornare dentro? ma io non volevo tornare dentro e perdermi le tartarughe e lei ha detto «fa’ come ti pare» e io sono rimasto, mi sono avvolto nella coperta e mi sono rannicchiato sul divanetto in vimini che abbiamo in terrazzo e ho aspettato le tartarughe e poi mi sono svegliato che avevo un freddo bestia e la schiena a pezzi e le gambe che non riuscivo più a muovere e non so se le tartarughe sono venute mentre dormivo ma se sono venute mentre dormivo credo che mi arrabbierò molto e darò di matto e probabilmente strangolerò il gatto.

Ieri sul tram c’era Stevie Ray Vaughan

9 December 2006

È lui, sono sicuro, coi capelli lunghi sciolti sulle spalle, il cappello da texano, la barba di qualche giorno. È lui, non c’è dubbio.
Se ne sta seduto tranquillo, si strofina piano le mani, di tanto in tanto si ferma per togliersi un po’ di quella roba scura da sotto le unghie, ma lo fa stancamente, quasi gli pesasse.
Mi faccio spazio e m’avvicino.
— Credevo che fossi morto, — gli dico dopo un po’.
Lui mi guarda, gli ci vuole un po’ per mettermi a fuoco.
— Eh, scusa? — dice.
— Credevo che fossi morto, — gli dico.
— Ah, be’ mi dispiace deluderti, ma…
Stevie Ray Vaughan parla con uno spiccato accento torinese.
— Non sono deluso, — gli dico.
— Ah… — dice. — Be’ allora tutto a posto, — e accenna un sorriso un po’ forzato.
— Com’è stato? — gli chiedo. — L’elicottero, l’incidente, com’è stato? — e forse è una domanda sciocca da parte mia, ma ormai l’ho fatta.
— Di che… uhm… elicottero stai parlando? — dice SRV.
Sembra vagamente a disagio ora.
— Dai, l’elicottero, l’incidente, sei morto, ora sei vivo e parli italiano, come te lo spieghi?
SRV sta pigiando nervosamente il pulsante per la fermata.
— Io… uhm… devo scendere qui, — dice. — Scusa eh, — aggiunge, mentre si alza.
Gli faccio spazio per farlo scendere.
Il tram si ferma.
SRV calza vecchi stivali da cowboy.
— Ehi! — gli dico mentre sta scendendo. — Suoni da qualche parte?
Lui si gira e con fare imbarazzato dice: — Eh… no, no.
— Peccato, — dico.
E le porte si richiudono e mentre il tram si allontana riesco a scorgere Stevie Ray Vaughan che s’accende una sigaretta, appoggiato alla palina.