Non tutto il male viene per nuocere. È quello che ti dicono in occasioni del genere. E di solito aggiungono: ciò che non ti distrugge ti rafforza. Devi trovare una visione.
Dicono visione con la v solenne, voltando lo sguardo insondabile verso la finestra buia che giustappunto si spalanca, sopraffatta dalle forze della natura, dal vento, dal buio, dalla tempesta.
Questa però non è la storia della finestra, né del vento, né delle foglie morte. Questa è la storia di Yuki, ex-campionessa di Puzzle Bubble.
Puzzle Bubble è quel videogioco in cui i draghetti di Bubble Bobble devono affiancare tre o più bolle dello stesso colore così da farle scoppiare; liberando l’area di gioco da tutte le bolle presenti si passa al quadro successivo.
Yuki, campionessa di Puzzle Bubble per due anni consecutivi, stava facendo il bagno nel suo monolocale, all’angolo tra la Friedrich-Ebert-Straße e Gastfeldstraße. I lunghi capelli neri raccolti sopra la nuca, Yuki si stava strofinando una gamba con una spugna imbevuta di essenze all’eucalipto, mentre l’altra gamba restava semisommersa sotto lo strato agonizzante di schiuma bianca, in attesa del proprio turno.
Un’incerta luce bluastra, frutto di un’insegna luminosa al di là della finestra, illuminava fiocamente l’ambiente. A Yuki piaceva quell’atmosfera raccolta, i rumori del traffico serale in lontananza, la sensazione di calore, di benessere, di astrazione che il bagno le procurava.
La porta socchiusa del bagno si aprì di qualche grado, cigolando lievemente.
— Danny, — disse Yuki, poco sorpresa da quell’intrusione, — Danny, piccolo, vieni a farti il bagno con me.
Danny avanzò di qualche passo, si voltò verso la finestra illuminata, la contemplò per qualche istante, poi con uno scatto inopinato saltò sul davanzale, si mise comodo e cominciò a leccarsi le zampe.
— Non sai che ti perdi, — disse Yuki, passando a occuparsi dell’altra gamba, e il suo pensiero tornò al giorno della sua sconfitta.
Il torneo di Puzzle Bubble era durato due settimane. Yuki aveva messo a segno una serie travolgente di vittorie: nessuno, tra i partecipanti, sembrava poter minacciare seriamente la sua corsa al titolo e la finale le era apparsa come una pura formalità.
L’imprevisto, che sempre si insinua nei grandi eventi della vita, si era impersonificato quel giorno in un ragazzo francese di nome Jean-Luc Mathieu, suo compagno di corso nonché sfidante al titolo di campione.
Jean-Luc Mathieu era giunto in finale senza particolari squilli di tromba eppure era stato in grado di infliggere a Yuki due sconfitte consecutive, sufficienti a valergli il titolo: era il nuovo campione di Puzzle Bubble.
— Conosci il tuo nemico, — le aveva detto al termine dell’incontro.
— Eh? — aveva risposto Yuki, ancora intontita per la disfatta.
— Devi far credere al tuo avversario di non essere alla sua altezza e poi usare tutta la tua forza distruttiva quando meno se lo aspetta.
Yuki lo aveva fissato incredula.
— Non te la prendere, — aveva ripreso Jean-Luc Mathieu, facendo per posarle una mano sulla spalla, — non tutto il male viene per n—
In quell’istante Yuki aveva fatto partire un formidabile destro che aveva colpito Jean-Luc Mathieu in pieno viso, scaraventandolo contro il tavolo da gioco. Jean-Luc Mathieu aveva cominciato a perdere una quantità impressionante di sangue dal naso mentre Yuki inveiva contro di lui con parole che non possono essere ripetute, poi era uscita e si era avviata verso casa, lasciandosi alle spalle lo stupore generale.
Una volta a casa aveva infilato la mano ancora dolente tra due confezioni di paella surgelata e telefonato al padre per raccontargli l’accaduto. Il padre non si era mostrato né addolorato né condiscendente.
— Devi trovare una visione, Yuki, — le aveva detto dopo aver ascoltato tutto in silenzio, poi, forse, si era addormentato al telefono perché non aveva detto più niente. (A Sapporo, in Giappone, erano le quattro del mattino.)
Quello era stato il giorno della sua sconfitta.
Yuki finì di passarsi la spugna tra le dita del piede a mezz’aria, quindi tornò a immergere la gamba nella vasca, poi, preso un bel respiro, si lasciò scivolare sott’acqua. Le ginocchia emersero presto tra i flutti schiumosi, come due pallidi isolotti tropicali.
Nell’oscurità, nel silenzio, avvolta dal calore obnubilante dell’acqua profumata: fu allora che Yuki trovò la sua visione. Vide il giardino della casa del padre, nei sobborghi residenziali di Sapporo; era notte, ma l’assenza di luce non pregiudicava la visione delle cose. Vide le felci rampicanti sul muretto divisorio; vide, nell’angolo più lontano, l’albero di ciliegio in fiore e tutt’intorno l’aiuola di fiori bianchi e luminosi, forse margherite; vide il manto erboso ben tenuto e l’uomo che accovacciato svolgeva un lavoro da giardino, dandole le spalle. Yuki si avvicinò credendolo il padre ma quegli si voltò e non era il padre, era Jean-Luc Mathieu che ora la guardava senza espressione. Aveva una paletta da giardiniere in mano e davanti a sé un mucchietto smosso di terra. — Ne faremo un altro, vero? — le disse infine.
Yuki si tirò su all’istante, ispirando come qualcuno a cui sia data l’ultima opportunità di riempirsi d’aria i polmoni. Danny, spaventato e offeso, saltò giù dal davanzale e s’incamminò fuori dal bagno a passi decisi.
Nell’aria satura di vapore, Yuki uscì sgocciolante dalla vasca, si avvolse il corpo tremante con un telo da bagno e i capelli con un altro asciugamano, andò in soggiorno e consultò concitatamente la rubrica telefonica. Danny le si avvicinò trotterellando e prese a mordicchiarle le dita dei piedi bagnati. Yuki trovò il numero che cercava, lo compose sulla tastiera del telefono, rimase in attesa per qualche istante, poi disse:
— Jean-Luc Mathieu? Yuki. Devo vederti.
