eddie

11 April 2008

eddie una volta ci disse che gli elettricisti crescevano sugli alberi.
“Ci stai prendendo in giro,” gli dicemmo, “gli elettricisti? Ma ti pare…”, e ci guardavamo l’un l’altro perplessi.
Ma lui insisteva: “No, no,” diceva convinto, “venite con me e vedrete”.
Così eddie ci portò a vedere l’albero degli elettricisti. “Ecco,” disse eddie, “sono ancora un po’ acerbi però,” e, sporgendosi in punta di piedi raggiunse uno dei piccoli elettricisti e lo colse per farcelo vedere. Aveva gli occhi chiusi e la fronte raggrinzita, indossava una tutina blu e nel taschino gli si stava sviluppando un cacciavite isolante. Stupefatti e ancora un po’ increduli ci passavamo il piccolo elettricista di mano in mano. Era così piccolo che lo si riusciva a tenere nel palmo della mano.
eddie diceva: “Avete visto?”
Tornammo a casa che il sole era già tramontato e salutammo eddie con calore: quel giorno si era guadagnato tutto il nostro rispetto e alcuni di noi si innamorarono.


13 February 2007

I due uomini avevano acceso un fuoco con la sterpaglia e vi si erano sistemati intorno. Davanti a loro, le acque del lago si andavano increspando con l’alzarsi della brezza notturna, formando onde leggere che si frangevano sulla ghiaia. Di lato, le ultime luci del crepuscolo si affievolivano, come assorbite dalle colline circostanti, sulle cui pendici si stagliavano ancora i profili di numerose abitazioni.
Uno dei due uomini stava governando il fuoco con un ceppo, mentre l’altro, giunte le mani dietro la nuca, gli si allungò a fianco e chiuse gli occhi.
“Mi piace questa atmosfera,” disse, “il crepitio del fuoco, lo sciabordare delle onde sulla riva, l’odore che si leva dal lago alla sera: dopo tanto peregrinare in giro per il mondo non chiedo che questo”.
L’altro uomo ascoltò divertito, poi disse: “Sei un poeta”.
Risero entrambi per un po’, poi tornò il silenzio, occasionalmente cesellato dal frusciare leggero delle onde sui ciottoli.
“Sai,” disse l’uomo seduto, continuando a ravvivare il fuoco, “c’è una cosa che volevo dirti”.
L’altro si tirò su appoggiandosi a un gomito e lo fissò, tra il curioso e il preoccupato. “Cosa,” disse infine, “cos’è che volevi dirmi?”
“Ho preso una decisione importante.”
“Una decisione? Quale decisione?”
“Ho pensato molto alla mia vita ultimamente, quello che ho costruito, i miei successi, i miei fallimenti, le miei illusioni, le disillusioni…” e mentre parlava fissava come ipnotizzato la calda luce del fuoco.
“Per l’amore del cielo parla!” disse l’altro.
“Voglio diventare un ninja.”
“Un… un ninja.”
“Sì, un ninja. Voglio diventare un ninja.”
Dal cielo scuro arrivò l’eco di un tuono lontano, l’aria andava rinfrescandosi, e in quel momento non c’era posto migliore dove stare che vicino a un bel fuoco vivo.


8 February 2007

La comunità era in fermento: le voci dei fedeli in adorazione si fondevano l’una con l’altra in canti spontanei, bellissimi, i visi di molti erano rigati da lacrime abbondanti, diverse mani si alzavano al cielo e si agitavano, tremavano, come pervase da una potenza soprannaturale. Il predicatore volgeva lo sguardo a destra e a sinistra e annuiva compiaciuto. Non doveva più spronare l’assemblea ad avvicinarsi a Dio: Dio era lì, e camminava tra loro, toccava i loro corpi e sanava le loro ferite. Poi, all’improvviso, smise di sorridere. Un uomo mascherato, una sorta di… il predicatore serrò gli occhi, aveva tutta l’aria di essere un… sì, un… ninja, un ninja mascherato si stava avvicinando dal fondo della sala.


19 January 2007

Una serie di mosse strategicamente ineccepibili lo aveva portato in netto vantaggio sull’avversario, che ora giaceva carponi al suolo, sfinito.
Il ninja, ormai affrancato dall’impeto del combattimento, si guardò intorno: davanti a lui un’anonima stradina di campagna saliva serpeggiando su per una collina, da un lato si estendeva una foresta, cupa e inquietante nell’oscurità notturna, dall’altro campi grigi a perdita d’occhio.
— Ma dove cacchio siamo finiti? — disse il ninja, con malcelato disappunto, — e, sopratutto, ora come torno a casa?
Il ninja rivolse l’attenzione al suo dolorante avversario, che, ancora piegato su se stesso, tentava a fatica di rimettersi in piedi. Con la punta della spada gli sollevò il capo.
— Qualche idea? — gli disse.
— C’è il capolinea del 38 non lontano da qua, — gemette quello. — Arrivi a Termini e da lì vai dove ti pare.
Una civetta si alzò rumorosamente in volo.
— Il 38 eh? — disse il ninja, poco convinto. Dalla foresta buia arrivava il lugubre verso della civetta. — Senti ce l’hai un biglietto per caso?
— No, io ho l’abbonamento annuale, — disse l’altro, ancora sofferente.
— Ah, — disse il ninja. — Dovrei farlo anch’io. Sì sì, domani mi informo.
E, dopo un’elegante sequenza di evoluzioni ninja con la spada, gli mozzò la testa.


È andata così

16 January 2007

Allora è andata così: io, Laura, Denise e Donald Rumsfeld aspettavamo un taxi per tornare a casa, eravamo lì davanti al ristorante a battere i denti dal freddo, Laura camminava sul posto, come quando devi andare al bagno da troppo tempo, e si abbracciava forte e diceva: “Per la miseria che freddo!” io dicevo: “Fa un freddo cane, un freddo mai visto,” Denise diceva: “Un freddo puro, scevro da ogni traccia di calore,” Donald Rumsfeld diceva: “Femminucce”.
Laura diceva: “Una cosa inimmaginabile, roba da spaventare gli esperti di clima, roba da fargli tornare a casa la sera con la faccia bianca e le mogli che si preoccupano e gli chiedono cosa non va con la morte nell’animo perché pensano al peggio,” Denise diceva: “Un freddo così io non l’ho mai visto, e dire che ho vissuto in Alaska,” Donald Rumsfeld diceva: “Che tempi, ti ricordi pupa?” Laura diceva: “Negli igloo, sotto strati e strati di pellicce d’orso polare,” io dicevo: “Coi peli d’orso polare che ti impastano la bocca,” Denise diceva: “Anche voi?”.
Donald Rumsfeld diceva: “Questo cazzo di taxi,” Laura diceva: “Torniamo dentro,” io dicevo: “Non si può hanno chiuso,” Laura diceva: “Io muoio dal freddo,” Denise diceva: “Abbracciamoci, riscaldiamoci a vicenda,” Donald Rumsfeld diceva: “La cosa si fa interessante,” Denise diceva: “Vieni qui”.
Laura diceva: “Ecco il taxi!” io dicevo: “Un minuto in più e…” Donald Rumsfeld diceva: “Oh piantatela, tutti quanti, basta,” Laura diceva: “Scusate ho un dito congelato, non riesco a muovere il dito, non lo muovo più!” Denise diceva: “Da’ qui,” Donald Rumsfeld diceva: “Santa Madre di Dio”.

Poi eravamo tutti lì in salotto, io, Laura, Denise e Donald Rumsfeld. Donald Rumsfeld si era tolto le scarpe e aveva appoggiato i piedi sul tavolinetto e diceva: “Era tutta una fila, da Spinaceto a Castel Romano,” io dicevo: “Se ne accende una ogni volta che prendo la macchina, ormai,” Donald Rumsfeld sventolava i piedi sul tavolino, coi calzini ocra, e diceva: “Esci di casa e la fila comincia da sotto il portone,” io dicevo: “Ogni volta una spia diversa,” Laura diceva: “L’ultima qual era? Una sonda. La sonda qualcosa,” Denise diceva: “Mah, io a Castel Romano ci ho trovato qualche buona occasione, te lo devo dire,” io dicevo: “La sonda lambda,” Donald Rumsfeld diceva: “La sonda lambda?”. Denise diceva: “Certo è tutto un po’… artefatto, dà i brividi”.
Donald Rumsfeld diceva: “Trecento euro: l’ha fatta cambiare Sergio, ti ricordi Sergio? Trecento euro,” io mi deprimevo un po’ per i trecento euro e mangiavo le olive, le arpionavo con lo stuzzicadenti, ne mangiavo una dopo l’altra. Denise diceva: “Non so perché mi ricorda un po’ Pompei, così perfetta ma quell’idea di catastrofe imminente, la si aspetta col terrore che ti guizza su e giù per la spina dorsale, come un animale impazzito,” Donald Rumsfeld diceva: “È un guaio delle Volkswagen in generale,” Denise diceva: “Un roditore, una mangusta impazzita,” Laura diceva: “Se fosse per me abolirei tutte le macchine”. Io in quel momento ho amato Laura. Denise diceva: “Una mangusta che se ti avvicini e la guardi negli occhi riesci a vedere le molecole stesse del terrore, aggregati molecolari di terrore che sguazzano liberi sui bulbi oculari,” Donald Rumsfeld diceva: “La Volkswagen oggi è un po’ come la Fiat di vent’anni fa,” Denise diceva: “La composizione chimica del terrore”. Io mi chiedevo se le manguste fossero in effetti dei roditori, Laura mi guardava intenerita, mi leggeva nel pensiero. Donald Rumsfeld sbadigliava senza coprirsi la bocca e arricciava le dita dei piedi. Laura mi appoggiava una mano sul ginocchio e diceva piano: “Andiamo a casa?”.

“Quell’uomo mi mette i brividi,” dice Laura, “mi dà l’idea di uno che registra dalla tv tutte le sequenze di esplosioni atomiche prese da film, documentari o roba simile”. Laura sbuca fuori dal pigiama di pile. “Li registra e li conserva. Sequenze di funghi nucleari, esplosioni di luce accecante, boati apocalittici, onde d’urto devastanti”. La guardo mentre si infila il pezzo di sotto, un pezzo di sotto spaiato, di cotone leggero. “Li organizza, li registra su videocassette o dvd; no, è un tipo da videocassetta: decine e decine di videocassette, scommetto che gli scaffali con le videocassette gli occupano un’intera parete dello studio”. È così morbida, con quel pigiama di pile. “È il tipo di persona che se gli chiedi Nagasaki 1945 ti dice primo scaffale in alto, terza cassetta da sinistra”. Laura si spreme un po’ di crema sul dorso della mano. “È il tipo di persona che se gli chiedi dell’incidente Vela gli brillano gli occhi, ti cinge le spalle col braccio e ti invita a entrare nello studio,” Laura si strofina le mani con decisione, “si chiude la porta alle spalle e ti chiede di accomodarti sulla poltrona in pelle davanti al televisore e tira fuori dall’archivio una cassetta, una cassetta speciale, una casetta la cui visione riserva solo a un pubblico scelto”. Laura si infila sotto il piumone. “Vieni?”


È tutto cambiato

1 January 2007

— Hai una bellissima pistola, — dice Nino.
— Non è mia, è di mio padre. Se lo scopre m’ammazza, — dice Luca.
— Posso tenerla in mano? — chiede Nino e le sue dita già sfiorano la canna, l’impugnatura, il grilletto.
— No, — dice Luca. — La rimetto a posto.
— Dai, solo un momento.
Nino prende la pistola, la impugna con tutte e due le mani, tenendo le braccia distese davanti a sé, come nei film. Punta un bersaglio alle spalle di Luca, fa «bang bang» con la bocca, accompagna ciascun «bang» con un sussulto delle braccia. Nino cerca un altro bersaglio, Nino trova Luca.
— ’Fanculo dammela! — dice Luca e l’attimo dopo un quarto della testa di Luca è sparso sul muro, sul letto, sul pavimento.
— Cazzo! — dice Nino. Ha ancora la pistola in mano: la getta via, si alza. Luca è finito a terra, una pozza di sangue scuro gli si spande attorno.
— Cazzo! — dice Nino.
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27 December 2006

Scendo giù dal mio ortofrutta di fiducia, localizzo rapidamente la cassiera e la raggiungo a grandi passi e mentre mi avvicino la sento canticchiare un motivetto in tonalità minore, incantevole davvero, e rallento la mia corsa per non turbare quel momento di magia, perché la musica non si fermi. È troppo tardi: lei mi ha visto e mi guarda e un’ombra in si minore ancora le vela gli occhi ma presto mi riconosce e mi sorride.
— Voglio un aggregatore, — le dico allora, — uno di quegli aggeggi, sai… — e qui le mie certezze, le mie pulsioni barcollano.
La cassiera del mio ortofrutta di fiducia sorride ancora: è un invito a non demordere.
— Tutti ne parlano, — aggiungo e cerco conferme dentro me stesso principalmente, mentre lo sguardo ormai chino contemplo la punta delle mie scarpe. Il Natale è venuto e se n’è andato e noi non ce ne siamo accorti.
— Posso ripassare, — dico allora e senza alzare lo sguardo mi volto. Torno sui miei passi.
Fuori, l’aria calda invernale ossimorica tumescente, almeno ci fosse la neve, penso, almeno ci fosse la neve, potremmo accendere il fuoco per scaldarci e a osservare le fiamme nel camino non ci si stanca mai.


La dottoressa del piano di sopra

20 December 2006

Vado dalla dottoressa del piano di sopra, la dottoressa D. Lo Cascio. Sulla sua cassetta delle lettere, giù nell’androne, c’è scritto «Dott.ssa D. Lo Cascio». A lungo mi sono chiesto per che cosa stesse quella «d» puntata. Ho cominciato una lista, sulla mia agendina, una lista di tutti i nomi femminili che iniziano per «d». Donatella, Dina, Doriana: ogni volta che mi veniva in mente o mi capitava di leggere o sentire un nome femminile con la «d» correvo ad aggiornare la lista sulla mia agendina. La sera, dopo cena, prendevo l’agendina e mi allungavo sul divano. Dora, Domitilla, Daniela. Quale sarà il suo? mi chiedevo. Ora sono quasi sicuro di aver completato la mia raccolta: sono giorni ormai che non mi capita di aggiungere un nome nuovo all’elenco. L’ultimo nome, quello in fondo alla lista, è Dharma. Sono stato molto in dubbio se aggiungere o meno questo nome alla mia lista. Dharma è il nome della protagonista di un telefilm americano che danno in televisione all’ora di cena. In principio mi sembrava un nome un po’ troppo stravagante e comunque poco adatto a una ragazza italiana, d’altra parte avevo incluso Demi, che è il nome della figlia di mia sorella, e Desiree, un nome che ho sentito al supermercato, per non parlare di Denise, Deborah e Doroty. Ho perfino fatto delle ricerche su questo nome, Dharma, e ho scoperto che rappresenta un concetto chiave per le religioni indiane, l’induismo, il buddismo, quelle lì. Chissà, mi dicevo, forse la dottoressa Lo Cascio appartiene a una famiglia buddista; e me la immaginavo, la dottoressa Lo Cascio, che danza a piedi nudi sul lungomare, con la tunica arancione, il tamburello, i lunghi capelli chiari, crespi, sembrano bianchi alla luce del sole, e lo sguardo sereno, quasi estatico, quegli occhi color del cielo che a incrociarli mi si scioglie il cuore. Ho aggiunto Dharma alla mia lista e da quel giorno è diventata la mia preferita. La sera, sul divano, scorro velocemente gli altri nomi, alle volte li salto del tutto per arrivare subito a lei, a Dharma. Le Darie, le Dolores, le Desdemone, che battono a macchina o fanno la spesa, i loro occhiali con la montatura scura, le rughe agli angoli della bocca, i grembiuli sporchi, tutto questo lascia subito il posto alla visione di Dharma che danza sul lungo mare, la sua pelle candida, il suo sorriso. Quel sorriso! In quei momenti chiudo gli occhi, mi porto l’agendina al petto e dentro di me sento una gran pace.
Non l’ho mai incontrata, la dottoressa Lo Cascio, lei non è mai in casa, forse vive all’estero per lavoro, chissà; ma questa sera ho sentito dei passi, al piano di sopra, e io sto andando da lei. Salgo le scale e vado da lei, suonerò alla sua porta e lei mi aprirà e sorriderà e danzerà per me.


ragnetto.net intervista Bub, di Bubble Bobble

17 December 2006

È con vero piacere che noi di ragnetto diamo oggi il via a una serie di brevi interviste a personaggi e cose che nessun si sognerebbe mai di intervistare, vuoi per le difficoltà intrinseche nello stabilire un’interazione qualsivoglia con il personaggio o la cosa di turno — ma noi ci abbiamo i poteri di super sayan! —; vuoi perché pubblicare un’intervista al compagno di stanza del papa quando ancora erano in seminario ti porta tre milioni di contatti al minuto — ma non di soli contatti vive l’uomo! —, mentre l’intervista alla cassiera del mio ortofrutta di fiducia al massimo me la rileggo io la sera prima di andare a letto, e rido piano per non svegliare gli altri; vuoi perché nessuna ne sentiva realmente il bisogno, a dirla tutta.
In ogni caso è un privilegio per noi di ragnetto avere qui con noi Bub di Bubble Bobble che ci rilascerà la prima intervista della serie.

Bub… be’ Bub non ha bisogno di presentazioni, chi di noi non ha ricordi d’infanzia legati alla fortunata saga di Bubble Bobble? quando si passava interi pomeriggi nei bar di quartiere a guardare i ragazzi più grandi macinare record su record e tu non giocavi perché eri timido e avevi paura di combinare qualche disastro già dal primo quadro, ma dentro la tasca dei calzoncini avevi quella moneta da 200 lire che conservavi per la tua prima partita, e mentre guardavi gli altri ragazzi giocare tu la prendevi in mano, prendevi la moneta in mano e te la giravi e rigiravi tra le dita, mentre li guardavi giocare, e a forza di tenerla tra le dita sudate era diventata tutta lucida che sembrava nuova, e gli altri ragazzi ogni tanto si accorgevano di te e della tua moneta e ti dicevano: be’ dai fatti un partita e tu dicevi: oh no no, devo andare a casa, è tardi, e uscivi presto dal bar per tornare a casa che avevi i polmoni pieni del fumo di tremila sigarette e saltavi in sella alla tua bici e correvi verso casa e pensavi che domani saresti andato presto al bar quando ancora non c’era nessuno e ti saresti allenato, e quando i ragazzi più grandi sarebbero arrivati magari tu eri già capace di arrivare all’ottavo o forse al decimo quadro o se ti eri allenato per bene magari riuscivi a non farti fregare nemmeno una volta per entrare nella porta segreta e collezionare tutti i diamanti e a quel punto tutti i ragazzi più grandi si sarebbero accorti di te e forse qualcuno ti avrebbe pure chiesto come ti chiami e poi chissà, forse ti avrebbe chiesto di unirti a loro, quando uscivano con le bmx, certo, tu non avevi la bmx ma contavi di fartela regalare per il compleanno…
Bub Ehm, scusate, possiamo cominciare? Avrei un impegno più tardi.
ragnetto Ah sì, perdonami Bub, mi sono lasciato prendere la mano, quanti ricordi… intanto Bub grazie per essere qui con noi oggi.
Bub Grazie a voi.
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14 December 2006

— ste cosa vuoi per Natale?
— Il blog di David Foster Wallace.
— Chi?